Parlare di Mauro Remiddi aka Porcelain Raft fa venire in mente innanzitutto una cosa: la fuga dei cervelli. Troppo meritevole per restare nel paese dove il merito è una cosa disdicevole, ha cercato fortuna altrove e l’ha trovata. Ora siede alla destra di personaggi come Neon Indian, Beach House e Washed Out, cioè di quelli che hanno forgiato il suono degli ultimi tempi. Fosse rimasto a Roma, magari ora starebbe tagliando le patate con il nostro amico Mustafà. Così il suo primo album lo tira fuori a 40 anni suonati, suonati poco ma benone.
Per la verità si era fatto notare come compositore già nei lontani Nineties per una sonorizzazione che gli aveva regalato un David di Donatello. Ma niente dischi. Poi è scappato a Londra dove ha continuato a comporre per alcuni video-artisti e, in coppia con Onyee Lo, ha formato i Sunny Day Sets Fire, con discreto successo. Ma è stata l’America a portargli la vera fortuna. Nel 2010 il suo primo ep da Porcelain Raft, Gone Blind. E infine il suo piccolo capolavoro, l’album di debutto licenziato dalla importante label USA Secretly Canadian, Strange Weekend, 2012.

Si parla di dream pop, cosa che va per la maggiore tra gli artisti più visionari del momento e che non si può negare stia regalando grandi lavori, vedi i Beach House. Porcelain Raft fa parte di quest’onda ma usa la sua testa, il suo gusto fine, la sua voce donnesca, tantissimi synth. Ha tirato fuori un disco di bagliori nella notte, lampadine rotte, fuochi d’artificio nella nebbia.
Se Drifting in e out è il signor pezzo del disco, dobbiamo anche citare Unless you speak from your heart e It is too deep for you, che ricordano alla lontana la bellezza dei Portishead, Put me to sleep, un brano di dance allungata e lacerata, la dolcezza non stucchevole e un po’ aliena di Backwords e The way in.
Sfioriamo il livello del sublime, ci manca ancora poco per raggiungerlo. Aspettiamo che dall’America parta per la la Luna. E noi ce lo guardiamo dallo Stivale, col binocolo.
FV